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La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione

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Bizzi: Cro-Magnon, l’Uomo di Atlantide venuto dalle stelle

Chi siamo? Da dove veniamo? Sono domande che ci interpellano da sempre. «La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione: gente inconsapevole, gestita completamente». Lo scrive in un libro il biologo Giovanni Cianti, in una considerazione erroneamente attribuita a Carlos Castaneda. «Chi ha capito, ha capito: non ha bisogno di consigli. Chi non ha capito, non capirà mai. Io non biasimo queste persone», scrive Cianti: «Sono strutturate per vivere, e basta: mangiare, bere, respirare, partorire, lavorare, guardare la televisione e mangiare la pizza il sabato sera, andare a vedere una partita. Il mondo, per loro, finisce lì: non sono in grado di percepire altro. C’è invece un piccolissimo gruppo di esseri umani, che possono essere definiti “difetti di fabbricazione”. Sono sfuggiti al “controllo qualità” della linea di produzione. Sono pochi, sono eretici e sono guerrieri». Mi piace molto, questa frase, forse perché anch’io sento di appartenere a questa minoranza. Ma non è solo questione di rifiutare i dogmi, le imposizioni, e di sentirsi guerrieri. E’ anche una questione di sensibilità. Si tratta di porsi domande, di chiedersi sempre il perché delle cose.

Uomo di Cro-Magnon

E infatti, tutte le grandi tradizioni spirituali – quelle autentiche, dell’antichità, quelle cioè che hanno preceduto l’era dei dogmi – hanno sempre spinto le persone a porsi domande. Tutte le grandi tradizioni iniziatiche dell’antichità erano finalizzate al risveglio della coscienza e della percezione, all’apertura di certi canali che noi possediamo naturalmente, ma che magari non sappiamo come utilizzare. Sono canali di comunicazione tra macrocosmo e microcosmo. Comunicazione diretta: sono dei portali, che abbiamo dentro di noi. Molte persone, semplicemente, li ignorano: non si pongono nemmeno il problema della loro esistenza. Nel libro “Resi umani“, scritto con Mauro Biglino, il biologo molecolare Pietro Buffa riflette sulla nostra parentela con lo scimpanzé: il cucciolo di scimpanzé e il “cucciolo d’uomo” sono praticamente indistinguibili. Poi lo scimpanzé adulto si trasforma e si allontana molto da noi, mentre l’uomo adulto conserva i tratti delle specie domestiche, con scarsissima aggressività, e mantiene i caratteri morfologici del cucciolo, come gli occhi grandi rispetto al resto del corpo: un fenomeno che gli scienziati chiamano “neotenia”.

Una ricostruzione dell'Atlantide

Siamo stati “domesticati” da qualcuno, che ci ha “fabbricati” con la genetica? Lo dicono i testi sumeri: raccontano che gli Anunnaki “crearono” gli Igigi, loro servitori, progettati per lavorare al posto loro, nelle miniere. La nascita degli Igigi ricorda da vicino quella degli Adamiti, che la Bibbia attribuisce agli Elohim. Nella tradizione eleusina, i nostri “creatori” sono gli dèi Titani. Per la precisione, quattro di loro: Atlante, Menezio, Prometeo ed Epimeteo, figli di Giapeto. Da cui la Stirpe Giapetide, ottenuta anche in quel caso con l’ingegneria genetica. La nostra sarebbe la Quinta Umanità, anche per Esiodo. In vari testi antichi si allude a interventi numerosi e ripetuti, attraverso varie fasi del nostro passato. Si parla di una civiltà avanzata, sbarcata sulla Terra in un’epoca incredibilmente remota. La Terra: un pianeta ottimale per la vita, abitabile, con enormi risorse naturali da sfruttare. Solo che, magari, i primi “pionieri” erano in pochi: un’avanguardia di sparuti colonizzatori.

Per ottenere lavoratori, questi pionieri hanno incrociato i loro geni con quelli di alcuni tipi di primati, al fine di ottenere manodopera a costo zero? Si tratta di un’ipotesi inquietante, come è inquietante che l’umanità attuale presenti tanti segni di soggezione, di sottomissione. Non è un mistero, per psicologi e sociologi: l’Homo Sapiens attuale è estremamente manipolabile, suscettibile di indottrinamenti. Tutte le grandi religioni (monoteistiche, in particolare) hanno sempre imposto dogmi: non spingersi oltre, non cogliere il frutto proibito, non porsi domande, accettare il dogma di fede. E’ la basilare forma di indottrinamento, che nelle religioni monoteistiche accompagna l’essere vivente dalla culla alla tomba. Ci viene insegnato a credere, e tutto il sistema si regge su questo. Proprio tutto? Secondo certe interpretazioni, alcune manipolazioni genetiche sarebbero avvenute in epoche assai remote, prima di 200.000 anni fa, e avrebbero portato alla nascita di alcuni ceppi del Sapiens. Secondo invece la tradizione misterica eleusina, sarebbe avvenuta una successiva manipolazione, ad opera dei Titani, attorno all’anno 80.000 avanti Cristo.

Astronavi

Molto plausibilmente, questa seconda manipolazione dette vita all’Uomo di Cro-Magnon, un ceppo del Sapiens particolarmente evoluto. E’ un enigma, per la storia, perché il Cro-Magnon nasce già avanzato, con elevatissime proprietà di linguaggio e con una struttura sociale organizzata, e si diffonde in buona parte dell’emisfero occidentale. La sua comparsa può aver turbato certi processi precedenti? Ha generato un’anomalia? Una falla, nella cosiddetta Matrix? Secondo determinate teorie, il Cro-Magnon sarebbe l’Uomo di Atlantide: proprio quella particolare umanità che gli dèi Titani avrebbero creato a loro immagine e somiglianza, e che avrebbe generato una propria civiltà in quello che era un grande continente, oggi scomparso, nell’Altantico settentrionale.

Bizzi

Doveva essere un continente che poi sarebbe stato distrutto nell’ambito di una grande guerra, che ci viene descritta nella “Teogonia” di Esiodo come la Titanomachia, una guerra combattuta fra dèi. Secondo certi testi mitologici, questo cosiddetto Primo Impero di Atlantide avrebbe cessato il proprio percorso storico attorno al 19.000 avanti Cristo. Poi, la civiltà umana del Cro-Magnon sarebbe risorta dalle proprie ceneri (dalle palafitte, dalle caverne) fino a tornare grande, organizzata e civile, e a conquistare vastissimi territori, incluso il bacino mediterraneo, il Medio Oriente, buona parte dell’Africa e le Americhe. Sempre secondo alcune interpretazioni, questa particolare parte di umanità avrebbe dato molto fastidio, a certi gestori della Matrix. Lo so, sembra di sconfinare nella fantascienza. E sia: facciamo finta che sia fantascienza. Dunque, immaginiamo che questo sia vero, e che tanti altri ceppi umani siano frutto di una manipolazione finalizzata esclusivamente all’assoggettamento e alla “domesticazione”, per diventare forza lavoro gratuita.

Tutto questo può aver fatto comodo, a certi schemi di potere che poi, di volta in volta, hanno dovuto ricorrere a forme manipolative. Come una sorta di “tagliando”: ogni tanto è stato necessario, nella storia, per certe élite di potere, ricorrere a ulteriori giri di vite, a ulteriori interventi manipolativi a livello concettuale, di dogma, di pensiero religioso, giusto per riportare questa umanità nei binari prestabiliti. Immaginiamo però che una parte di umanità sia sfuggita, a questa logica. Immaginiamo che abbia portato avanti una civiltà libera da questi schemi, libera da certi dogmi, e che questa parte di umanità sia sempre stata contrastata da certi poteri. Poi, la distruzione della Seconda Atlantide (fra il 10800 e il 9600 avanti Cristo, a causa di un cataclisma di origine cosmica) ha segnato di nuovo un duro colpo, per questa umanità.

Fenotipi umani

Cos’è rimasto, di quella civiltà? La Creta minoica e certe altre civiltà del Mediterraneo, anch’esse poi messe a dura prova dagli eventi, con la fine del matriarcato e l’avvento del patriarcato, e con lo scontro tra religioni avvenuto con la Guerra di Troia (fra l’antico culto degli dèi Titani e il culto dei nuovi dèi olimpici). Tutto ci porterebbe a credere che il Cro-Magnon sia stato una sorta di anomalia nell’anomalia. So benissimo che questo è un campo minato: nessun antropologo ammetterà mai che possano esistere ceppi umani con origini diverse. Loro tendono sempre a ricondurre tutto agli eredi dei grandi primati, in modo lineare, con una discendenza diretta. Effettivamente, il problema del fenotipo che ci differenzia è inquietante. Io posso citare interpretazioni fornite da studiosi sulla soglia dell’eresia. Già nell’800, ad esempio, il fatto degli occhi a mandorla presenti nel fenotipo orientale (che non ha nessuna giustificazione apparente, per quanto riguarda la vita sulla Terra) è stato associato ipoteticamente ad un incrocio con delle “razze” (o meglio, delle civiltà) provenienti da un pianeta con una luminosità molto maggiore della nostra, quindi magari con una stella molto più luminosa del nostro sole. Se è vero che questi “creatori” hanno utilizzato dei loro geni, può essere un carattere che si è trasferito: altrimenti gli occhi a mandorla non avrebbero alcuna giustificazione, se non – appunto – per proteggere gli occhi da una forte luce. E’ solo un’ipotesi, naturalmente.

Anche il fatto della pigmentazione scura non ha nessun rapporto con i climi tropicali, dove infatti troviamo anche popolazioni native con pelle molto più chiara. E’ come se questi ceppi umani avessero effettivamente delle origini diverse. Ma questo rappresenta una pericolosissima eresia, per gli antropologi attuali. Sono cose che non si possono dire, anche perché, solitamente, chi avanza queste ipotesi viene accusato di razzismo. Ma qui non si tratta assolutamente di razzismo, nel senso di discriminazione razziale. Non ha senso parlare di discriminazione: si tratta semplicemente di ipotizzare le origini di questi fenotipi. Gli aborigeni, i nativi americani dalla pelle rossa: ognuno sembra raccontare qualcosa di diverso. Alcuni hanno folta peluria, altri meno. Per noi, l’eliminazione della peluria è diventata quasi un’ossessione. Come se si volesse arrivare ad assomigliare a questi “attori terzi”, o all’elemento “creatore” originario.

I Minoici in America

Lo stesso discorso della peluria si collega alla questione della “neotenia”, cioè il mantenimento dei tratti giovanili che caratterizza anche l’adulto nel solo caso dell’Homo Sapiens: tratti che poi l’uomo vuole mantenere a tutti i costi. Come se, inconsapevolmente, cercassimo di scavare in un ipotetico passato, remotissimo. A questo proposito trovo impressionante un frammento di un antico testo misterico, attribuito alla letteratura atlantidea e tramandato dalla tradizione eleusina, pubblicato per la prima volta (a pagina 518) nel mio libro “I Minoici in America e le memorie di una civiltà perduta”, appena uscito. «Un tempo – vi si legge – la Stirpe di En’n (cioè l’umanità) non era ospite nella Casa della Dea Taéa, ma aveva stabile dimora nella Grande Casa di Shanal, e compiva viaggi per le rotte di Nehéfre (fra le stelle). Questo per tutto il tempo che i Padri-Madri Phykkhesh-Tàu imperarono nella Grande Casa». Phykkhesh-Tàu è il pianeta della costellazione della Balena, il sistema solare di Tau-Ceti da cui gli eleusini fanno discendere i Titani.

«Distrutto il loro Impero, anche le progenie di En’n figlio dei Phykkesh-Tau caddero in disgrazia ed ebbero rifugio solo nella Casa di Taéa», continua il testo. «E nella Casa di Taéa la progenie di En’n, privata delle scienze della Mente Cosmica, dovrà restare tante generazioni quante vissero per Nehéfre nella Grande Dimora di Shanal. Ma la progenie di En’n col passar delle generazioni – prosegue il frammento – dimenticò la sua naturale origine, facendo di ciò che fu realtà il mito, e allora gli Dei, Giusti e Veraci, mandarono alla progenie di En’n ospite nella Casa di Taéa, luogo d’esilio, il Dio che guarda Nehéfre per concepimento di Anuve, affinché fosse ricordo alla progenie di En’n dove è la sua Vera Casa e quale l’origine della Stirpe, e che il destino dei figli di En’n figlio dei Phykkhesh-Tau è di tornare donde venne, perché la progenie di En’n non può rimanere eternamente in esilio nella Casa di Taéa, essendo questa estranea alla sua origine». E’ incredibile: praticamente, quel testo ci parla di una nostra origine stellare, e di un nostro destino finalizzato al ritorno alle stelle.

Elisa Renaldin

Visto che siamo in tema di citazioni, propongo un testo appena scritto sul suo sito da Elisa Renaldin, che è un’attrice e regista teatrale. Fa una considerazione molto profonda, che si ricollega al discorso che ho fatto adesso. «Continuo a leggere da tutte le parti che l’anima sarebbe qui per evolvere», premette Elisa. «Vi dirò che non credo a questa storiella. O almeno, non ci credo nei termini in cui viene presentata». E spiega: «Collocare l’anima al pari di un ego infantile che deve crescere, ed è qui per imparare, lo trovo degradante per la natura intrinseca dell’anima: è un altro modo per dirci che siamo piccoli e miseri esseri incapaci. Giunti quaggiù per fare che cosa? Per “migliorare”: ma stiamo scherzando? Se noi arriviamo da lassù, prima cosa, significa che abbiamo origine da un punto della coscienza oltremodo evoluto e sviluppato. Che poi, scendendo qui, ci dimentichiamo chi siamo, veniamo deviati dall’inizio alla fine e ci perdiamo per la strada, questo è un altro paio di maniche».

«Tuttalpiù – continua Elisa Renaldin – siamo qui per ricordare. Ricordare che cosa? Chi siamo. Ce ne dimentichiamo, per una serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo trattare. Ma questo è ciò che io sento come vero. Ad ogni incarnazione aggiungiamo un pezzo al puzzle della nostra memoria. Ci avviciniamo ogni volta un po’ di più al ricordo di sé, ed è questo il vero scopo. Se per evolvere intendiamo questo, allora possiamo essere d’accordo. Ma se per evolvere intendiamo imparare, come se fossimo dei bambini incapaci, allora no. E perché alcuni sembrano più evoluti di altri? Si trovano solo in punti differenti del ricordo di sé. Chi si riunifica alla sua identità (divina, o coscienziale) modifica il suo approccio alla vita, e quindi modifica pensieri, sentimenti, comportamenti ed energie. Come facciamo, a ricordarci di noi? Esercitandoci a rimanere il più a lungo possibile nello stato di presenza. E sbarazzandoci degli orpelli inutili che ci hanno appicciato addosso: credi, memi, ideologie, dogmi, e via discorrendo. Insomma, uscendo dai recinti percettivi che ci hanno costruito addosso».

Tau Ceti

Con questo testo, Elisa Renaldin ha centrato pienamente l’essenza dei Misteri Eleusini. Gliel’ho scritto, in un messaggio che le ho inviato: i Misteri Eleusini insegnano proprio questo. Insegnano alle persone a ritrovare il proprio sé, quindi la propria identità, stabilendo correttamente il proprio percorso. Probabilmente la specie umana è stata addomesticata, da qualcuno. Ammesso e non concesso che si riesca a farlo, sta a noi scoprire se questo è vero, o no. Quindi non accontentiamoci dei dogmi della scienza, non accontentiamoci della storia per come ci viene raccontata: perché, se magari ci hanno imposto una certa “domesticazione” (assimilabile alla famosa Matrix, quella dei film che ben conosciamo) possiamo anche imparare a uscirne, a rifiutarla. L’importante è crescere: far crescere il nostro sé, la nostra coscienza, dal punto di vista evolutivo. Poi potremo anche decidere: se continuare ad essere animali addomesticati, o invece diventare uomini e donne liberi.

(Nicola Bizzi, dichiarazioni rilasciate nella diretta web-streaming “ll Sentiero di Atlantide – Homo Sapiens“, trasmessa il 18 aprile 2021 sul canale YouTube “Facciamo finta che“, di Luca Lamberti. Storico ed editore di Aurora Boreale, nonché iniziato alla tradizione dei Misteri Eleusini, Bizzi ha pubblicato saggi di estremo interesse, come “Da Eleusi a Firenze“, che aprono squarci inattesi sulla nostra storia, partendo dalla documentazione riservata della comunità eleusina. Un filone di indagine che continua nell’ultimo saggio, appena uscito: Nicola Bizzi, “I Minoici in America  e le memorie di una civiltà perduta“, Edizioni Aurora Boreale, 616 pagine, euro 28,50, disponibile anche in versione epub, euro 11,99).

Pubblicato sul sito web: https://www.libreidee.org/

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L’Enigma dell’Atlantide Brasiliana

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La ricerca di la terra sottomarina perduta non è finita.
Credito: Foto-Jagla.de Adobe Stock

Riddle of “Brazilian Atlantis” – Scoperte strane rocce di cui il mondo ha dimenticato

di Ellen Lloyd
dal sito AncientPages

Il leggendario continente perduto di Atlantide appare in antichi miti e leggende di tutto il mondo.

Gli antichi conoscevano una terra meravigliosa scomparsa molto tempo fa.

I ricercatori hanno dibattuto per anni sull’esistenza di Atlantide.

Alcuni dicono che il continente non è altro che un mito, mentre altri sono convinti che un giorno scopriremo i resti di questa terra perduta.

Trovare i resti di Atlantide è impegnativo perché è difficile determinare dove guardare.

Inoltre, supponiamo di trovare antiche rovine sottomarine,

come possiamo dire con certezza che questi sono i resti di Atlantide?

Ci sono molte antiche città sommerse …

Ci sono diverse rovine sottomarine in vari luoghi in tutto il mondo e tutte potrebbero far parte di Atlantide.

“Atlantis” in greco significa “Isola di Atlante” …

Il continente sommerso di Atlantide è stato menzionato da Platone nei suoi dialoghi Timeo e Crizia.

Platone narra la leggenda di una potente nazione che intorno al 9.500 a.C. abitava un continente di dimensioni maggiori rispetto all’antica Libia e Asia messe insieme.

Secondo Platone, questa potente nazione ha attaccato e conquistato l’Europa e l’Asia.

Apparentemente, solo i greci furono in grado di prevalere contro di loro.

Come racconta la storia, qualche tempo dopo l’invasione i Greci e gli Atlantidei furono inghiottiti dal mare. Il disastro è avvenuto rapidamente e inaspettatamente.

Nel corso degli anni diversi ricercatori affermano di aver scoperto parti del leggendario continente sommerso e ci sono state diverse speculazioni sulla posizione della terra sommersa.

Ad esempio, in Atlantis – Il continente perduto finalmente ritrovato, il professor Arysio Santos fa un caso convincente e ben studiato per Atlantide che si trova nella regione dell’Indonesia.

“Atlantide non è mai stata trovata perché abbiamo cercato tutti nei posti sbagliati. Rendendoci conto, abbiamo iniziato a cercare il punto in cui un intero continente sommerso poteva nascondersi.

La geologia ha fornito la risposta corretta e inconfutabile:

giù sotto il Mar Cinese Meridionale, ecco dove.

Il resto è seguito in modo abbastanza naturale e, in effetti, molto più fortuitamente di quanto noi stessi avremmo mai potuto immaginare in anticipo”, ha spiegato il defunto professor Arysio Santo

1997 Intervista al Prof. Arysio Santos

Abbiamo visto in precedenti occasioni che gli scienziati stanno compiendo notevoli progressi nell’area dell’archeologia subacquea, ma una parte enorme dei nostri oceani rimane ancora inesplorata.

Secondo il National Ocean Service (NOA), si stima che solo il 5% degli oceani della Terra sia stato esplorato e mappato. Il resto rimane per lo più da scoprire e non visto dagli umani.

Con così tanto territorio ancora da esplorare, possiamo solo immaginare le scoperte che devono ancora venire …!

Negli ultimi anni ci è stato dato il privilegio di vedere foto di notevoli rovine sottomarine come ad esempio la magnifica leggendaria città perduta di Heracleion. Con l’aiuto della tecnologia più recente, abbiamo l’opportunità di esplorare i segreti degli oceani come mai prima d’ora.

La leggendaria città sottomarina perduta di Pavlopetri è spesso descritta come la città più antica del mondo.

C’è chi pensa che queste rovine sottomarine siano i resti della leggendaria città di Atlantide …

Alcuni anni fa, i geologi hanno scoperto rocce sconcertanti al largo della costa di Rio in Brasile.

Secondo Roberto Ventura Santos, un alto funzionario del Servizio di geologia del Brasile (CPRM), i campioni di granito sono stati trovati due anni fa durante le operazioni di dragaggio in un’area nota come “Rio Grande Elevation”, una catena montuosa nelle acque brasiliane e internazionali.

Santos ha detto al momento della scoperta che queste rocce facevano probabilmente parte di un continente che affondò nell’oceano quando l’Africa e il Sud America si separarono 100 milioni di anni fa, soprannominando la scoperta “l’Atlantide brasiliana”.

Il servizio di geologia del Brasile ha dragato il fondale marino al largo della costa di Rio, vicino al Rio Grande Elevation. Tra le rocce trovate c’erano campioni di granito che si pensa facciano parte di un continente sommerso dall’Oceano Atlantico quando l’Africa e il Sud America
diviso 100 milioni di anni fa. Credito: servizio geologico del Brasile

“Questa potrebbe essere l’Atlantide brasiliana.

Ne siamo quasi certi, ma dobbiamo rafforzare la nostra ipotesi.

Avremo il riconoscimento (scientifico) finale quest’anno quando condurremo perforazioni nell’area per recuperare più campioni di queste rocce “, ha detto poi Santos.

Potrebbe questa roccia essere parte del leggendario continente perduto di Atlantide? Credito: Servizio geologico del Brasile

Inizialmente, gli scienziati pensavano di essersi sbagliati, ma il loro caso è stato rafforzato quando un team di scienziati brasiliani e giapponesi a bordo del sommergibile di ricerca giapponese Shinkai 6500, ha osservato la formazione geologica sottomarina situata di fronte alla costa brasiliana. Mentre i ricercatori esploravano la regione, hanno iniziato a vedere che l’area potrebbe essere un pezzo di continente scomparso nel mare milioni di anni fa. Queste rocce dovrebbero essere considerate come possibili prove fisiche di Atlantide?

Per il momento è difficile dire qualcosa su questa scoperta. Per confermare le affermazioni dei geologi, qualcuno deve essere interessato a testare queste rocce ed esaminare le formazioni sottomarine.

Purtroppo mancano rapporti di ricerche recenti e sembra che da anni non si faccia nulla.

Accade fin troppo spesso che gli scienziati abbiano scoperto qualcosa di enorme interesse storico, archeologico o geologico, ma i follow-up delle scoperte sono inauditi …

Fonte: https://www.bibliotecapleyades.net/

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Il continente perduto di Kumari Kandam

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di Ḏḥwty 06 Agosto 2014 dal Sito Web Ancient-Origins traduzione di Nicoletta Marino Versione originale in inglese

La maggior parte delle persone ha familiarità con la storia di Atlantide, la leggendaria città sommersa descritta dall’antico filosofo greco Platone.

Fino ad oggi, l’opinione è ancora divisa sul fatto che questa storia debba essere interpretata letteralmente o presa semplicemente come un racconto morale. Più a est, nel subcontinente indiano, c’è una storia simile, anche se probabilmente meno conosciuta rispetto a quella di Atlantide.

Questo è il ‘continente perduto’ di Lemuria, spesso collegato alla leggenda di Kumari Kandam da persone che parlano la lingua tamil.

Il termine Lemuria ha le sue origini nell’ultima parte del XIX secolo.

Il geologo inglese Philip Sclater è rimasto perplesso dalla presenza di fossili di Lemuri in Madagascar e in India, ma non nell’Africa continentale e nel Medio Oriente.

Così, nel suo articolo del 1864 intitolato “I mammiferi del Madagascar”, Sclater teorizzò che il Madagascar e l’India un tempo facessero parte di un continente più grande e chiamò questa massa continentale mancante “Lemuria”.

La teoria di Sclater fu accettata dalla comunità scientifica di quel periodo come spiegazione del modo in cui, in tempi antichi, i Lemuri avrebbero potuto migrare dal Madagascar all’India e viceversa.

Con l’emergere dei concetti moderni relativi alla deriva dei continenti e delle placche tettoniche, purtroppo, non era più sostenibile la proposta di un continente sommerso di Sclater.

Tuttavia, l’idea di un continente perduto si rifiutava di morire, e alcuni credono ancora che Lemuria fosse un vero continente che nel passato esisteva.

Uno di questi gruppi sono i nazionalisti Tamil

Il termine Kumari Kandam èapparso per la prima volta nel 15 secolo come Kanda Puranam, la versione Tamil dello Skanda Puranam.

Tuttavia, le storie di un’antica terra sommersa nell’Oceano Indiano sono state ritrovate in molte precedenti opere letterarie tamil.

Secondo le storie, c’era una porzione di terra che un tempo era governata dai re Pandiyan e fu inghiottita dal mare.

Quando i racconti su Lemuria arrivarono nell’India coloniale, il paese stava attraversando un periodo in cui il folklore cominciava a permeare la conoscenza storica come fatti.

Di conseguenza, Lemuria fu rapidamente “equiparata” a Kumari Kandam

Bhagavata-Purana, 10° Skanda.

La storia di Kumari Kandam non è considerata solo una “storia”, ma sembra carica di sentimenti nazionalistici.

È stato affermato che i re Pandiyan di Kumari Kandam erano i governanti dell’intero continente indiano e che la civiltà Tamil è la più antica civiltà del mondo.

Quando Kumari Kandam fu sommerso, la sua gente si sparse in tutto il mondo e fondò varie civiltà, da qui l’affermazione che il continente perduto fosse anchela culla della civiltà umana.

Allora, quanta verità c’è nella storia di Kumari Kandam?

Secondo i ricercatori dell’Istituto Nazionale Indiano di Oceanografia, il livello del mare era più basso di 100 metri circa 14.500 anni fa e di 60 metri circa 10.000 anni fa.

Quindi, è del tutto possibile che una volta ci fosse un ponte di terra che collegava l’isola dello Sri Lanka all’India continentale.

Poiché il tasso di riscaldamento globale è aumentato tra 12.000 e 10.000 anni fa, l’innalzamento del livello del mare ha provocato inondazioni periodiche. Ciò avrebbe sommerso gli insediamenti preistorici che si trovavano intorno alle zone costiere basse dell’India e dello Sri Lanka.

Le storie di questi eventi catastrofici potrebbero essere state trasmesse oralmente da una generazione all’altra e infine scritte come la storia di Kumari Kandam.

Un elemento di prova utilizzato per sostenere l’esistenza di Kumari Kandam è il Ponte di Adamo (chiamato anche Ponte di Rama), una catena di banchi calcarei costituiti da sabbia, limo e piccoli ciottoli situata nello stretto di Palk che si estende per 18 miglia dall’India continentale allo Sri Lanka.

Una volta si credeva che questa striscia di terra fosse una formazione naturale, tuttavia, altri sostengono che le immagini scattate da un satellite della NASA raffigurano questa formazione terrestre come un lungo ponte interrotto sotto la superficie dell’oceano.

La posizione del ponte di Adam tra India e Sri Lanka

L’esistenza di un ponte in questo luogo è supportata anche da un’altra antica leggenda.

Il Ramayana racconta

la storia di Sita, la moglie di Rama, tenuta prigioniera sull’isola di Lanka.

Rama commissiona un imponente progetto per costruire un ponte per trasportare il suo esercito di Vanara (uomini scimmia) attraverso l’oceano fino a Lanka.

Come con la maggior parte dei cosiddetti miti, sembra probabile che ci sia almeno un po ‘di verità nelle antiche leggende Tamil di Kumari Kandam, ma quanto deve ancora essere individuato…

Bibliografia

Fonte: https://www.bibliotecapleyades.net/

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Graham Hancock – tra il 10.800 e il 9.600 a.C.

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A Roma lo scrittore Hancock, tra divinità, archeo-ingegneria e mito-storia: “la Terra è sempre stata caratterizzata da eventi cataclismatici ciclici di enorme portata”. Può riaccadere?

 

di Stefania Abazia

 

Sala gremita. Siamo tutti in attesa di ascoltare Hancock che torna a Roma 10 anni dopo in un’evento organizzato dalla casa editrice capitolina ‘Spazio Interiore’. Graham Hancock è conosciuto in tutto il mondo. È nato in Scozia, a Edimburgo, ma ha vissuto a lungo in India, dove il padre lavorava come chirurgo. Tornato in patria, si è laureato in sociologia presso la Durham University, ed ha iniziato una splendida carriera arrivando a firmare articoli per Guardian, Times e Independent. Dal 1980 inizia a scrivere libri che diventano best-seller internazionali. Ne ricordiamo alcuni: “Il Segno ed il Sigillo”, “Impronte degli Dei”, “Il messaggio della Sfinge”, “Civiltà sommerse”, “Sciamani”. 

 

Link

 

La conferenza a cui abbiamo assistito s’intitola “Il Ritorno degli Dei” e si apre con una domanda: “È possibile che sia esistita una civiltà molto evoluta prima dell’era glaciale di cui poi si è persa traccia?” E prosegue sollevando un’altra domanda: “Che connessione c’è tra le opere dei Maya, degli Atzechi, degli Incas e le monumentali costruzioni egiziane?” Hancock rivela un messaggio universale celato nelle grandi opere e riportato nei miti e nelle leggende di tutte le popolazioni. Partendo da Nazca fino ad arrivare in Egitto, passando da Perù, Bolivia e Messico, l’autore va alla ricerca di una connessione, un legame, tra mappe, miti e opere architettoniche, lasciateci da popolazioni geograficamente lontane le une dalle altre e con una preparazione culturale, tecnologica e ingegneristica apparentemente non così avanzata da poter realizzare tali opere.

 

Secondo Hancock, vi sono prove sufficienti che suggeriscono che tra il 10.800 e il 9.600 a.C., uno tsunami di proporzioni epiche spazzò via interi continenti, a causa dell’impatto di una cometa. Nel tempio di Horus, nell’antica città egiziana di Edfu, celebri iscrizioni descrivono come Dèi gli esseri che vi si erano rifugiati, “provenienti da un’isola sacra, distrutta da inondazioni e incendi”. L’autore sostiene che un evento di estinzione antica “spazzò via Atlantide e le società avanzate di 12.000 anni fa”.

 

Gli egittologi affermano che il nome Atlantide non compaia in nessun testo. In effetti ce n’è solo uno risalente al 230 a.C. presente nel tempio di Horus (costruito su un tempio precedente). È Platone che parla chiaramente di Atlantide dicendo che è stata distrutta in una sola notte poiché dopo tanta evoluzione ricchezza ed elevazione materiale e spirituale, la popolazione era arrivata ai massimi livelli di materialismo e corruzione e al bisogno di potere e controllo sul mondo. Platone afferma di aver ricevuto questa storia da Solone che aveva visitato l’Egitto un secolo e mezzo a.C. ed aveva incontrato i sacerdoti Egizi. Era lui l’eredità di Atlantide e parla di quest’isola come la “Casa degli Esseri Primordiali”. Era una sorta di modello cosmico usato per costruire tutti i templi futuri, compreso le Piramidi.

 

La teoria di Hancock è che la storia del nostro pianeta è sempre stata caratterizzata da eventi cataclismatici ciclici di enorme portata. E, nonostante si affermi il contrario, sono elevatissimi i rischi che ciò accada ancora. Più di 60 scienziati di varie discipline confermano con prove sempre più schiaccianti che la Terra 12.500 anni fa fu bombardata da una serie di comete. Normalmente le comete tendono a disintegrarsi. Una gigante di esse deve essere entrata nel nostro sistema solare e deve aver iniziato a disintegrarsi in diversi frammenti fino ad entrare in collisionecon la Terra. Il più grande di questi frammenti aveva il diametro di un chilometro, e dai dati emergerebbe che l’epicentro di queste impatto c’è stato nel Nord America che all’epoca era ancora sotto i ghiacci, provocando un’enorme inondazione di acqua dolce nell’ Oceano Atlantico e fermando quindi la Corrente del Golfo causando un’altra Era Glaciale per ulteriori 1200 anni. Questa civiltà molto evoluta che si è estinta quasi del tutto ed ha lasciato degli eredi che secondo la teoria di Hancock ci sono stabiliti in varie parti del mondo per tramandare insegnamenti importanti a tribù indigene meno evolute.

 

Di questi passaggi Hanckoc ci rivela in anteprima tracce che lui stesso è andato a verificare e studiare nei siti archeologici. Ci ha parlato di iscrizioni rupestri e incisioni sui muri megalitici identici sia nel nord che nel sud America. Queste iscrizioni riguardano tutte il tema della morte. Importantissima scoperta sconcertante di Hancock è che le stesse identiche tradizioni degli egizi sul viaggio che compie l’anima dopo la morte nel regno del Dual, sono ripetute in maniera identica in questi monumenti del Nord America, così come nelle giungle dell’Amazzonia. Quindi questa è la prova per lui assolutamente schiacciante che un’antica civiltà perduta dimenticata sia esistita ben prima di quanto ci tramandi la nostra storia ufficiale.

Nel “Ritorno degli dèi” Hancock identifica e documenta le tracce che dimostrano l’esistenza di questa civiltà evoluta preesistente all’era glaciale e si pone in una prospettiva nuova riguardo all’eredità del passato. Per ricominciare con le varie arti (artigianato, agricoltura, caccia) siamo stati aiutati e guidati dagli “Déi Costruttori”, i Sapienti sopravvissuti all’epoca antidiluviana che tramandando alle generazioni future tradizioni e sapienza derivanti da un’epoca precedente riuscirono a rinnovarsi, come la mitica fenice. La loro missione non fu però soltanto quella di consegnarci il patrimonio di conoscenze con cui ricominciare, ma anche di lasciarci un messaggio: sarebbe successo ancora! Un nuovo cataclisma incomberà sulla Terra e il “ritorno della fenice”, a cui sono da sempre associati distruzione e rinnovamento, avverrà proprio nei nostri tempi, un possibile futuro che dobbiamo prepararci ad affrontare.

 

 

Attualmente i popoli che potrebbero sopravvivere ad un cataclisma così grave sono i meno evoluti, quelli meno dipendenti dalla tecnologia. Quella tecnologia che invece di usarla nelle armi dovremmo usarla per prevenire i cataclismi. Questo è il vero messaggio di Hancock. Perché se non lo facciamo, se come fu per il popolo di Atlantide, faremo prendere il sopravvento all’arroganza e alla smania di potere, allora potremmo essere proprio noi un giorno ad estinguerci, e quel giorno, a quanto pare, non è affatto così lontano. E non è affatto escluso che la Terra possa impattare con un meteorite anche di 30 km! Perciò assicuriamoci di non essere la prossima Civiltà perduta. Siamo in un momento cruciale e ancora troppe poche persone si stanno Risvegliando

Fonte: https://oasisana.com/

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La città perduta di Z

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La città perduta di Z e la sua misteriosa connessione con i potenti Atlantidei

by Ivan

Ci sono un certo numero di città antiche – considerate miti dalla maggior parte degli autori – che alcuni credono esistessero prima della storia scritta, in diversi luoghi sulla Terra.

The Lost City of Z, proprio come Atlantis è uno di questi luoghi misteriosi.

La persona più famosa che abbia mai cercato questa città perduta era un uomo di nome Percy Harrison Fawcett, un rinomato esploratore che cercò di scoprire la città a lungo sperata di rimanere nascosta da qualche parte nella giungla amazzonica.

Secondo miti e leggende, la città perduta di Z sarebbe stata eretta in tempi molto antichi dai discendenti di Atlantide. Si ritiene che gli Atlantidei sopravvissero alla distruzione della loro casa e fuggirono in diverse regioni della Terra, e alcuni di essi finirono in Amazzonia, dove alla fine si stabilirono.

Fawcett fece otto spedizioni, scomparendo nell’ultima in strane circostanze.

Ha trovato la città perduta di Z nella giungla amazzonica? La città perduta di Z potrebbe essere collegata a El Dorado e Atlantis? E cosa è successo esattamente a Fawcett nella sua ultima spedizione?

Nessuno sembra avere risposte per queste domande.

Ma da dove provengono storie di città massicce fatte di oro, abitate da esseri potenti?

Possiamo dire che parte delle storie proviene dal vecchio continente. In altre parole, quando gli esploratori europei iniziarono ad arrivare nelle Americhe, i miti e le leggende di creature soprannaturali e tribù pseudo-umane lentamente lasciarono il posto a storie di enormi città antiche nascoste nel cuore della giungla.

Ma qual è esattamente la ragione?

Alcuni autori sostengono che grazie all’abbondanza di comunità indigene affrontate dagli europei e ai loro esuberanti riti religiosi hanno alimentato le fantasie europee che si sono diffuse rapidamente.

Pensando a una grande civiltà la cui ricchezza non si può immaginare è stata rapidamente riconosciuta come un’idea comune. Un’idea che sarebbe poi divenuta nota a molti autori, diventata nota come la leggenda di El Dorado e che, peraltro, soddisfaceva la delirante fame d’oro dei primi, e di molti dei seguenti, visitatori del continente.  

 

The Lost City of Z e Col. Percy Harrison Fawcett

 

Il Col. Percy Harrison Fawcett era un esploratore britannico che nel 1912 nominò la Città Perduta di Z dopo aver trovato un antico documento intitolato Manoscritto 512, conservato nella Biblioteca Nazionale del Brasile. Si ritiene che la sua convinzione sia stata alimentata in parte a causa della riscoperta della città perduta di Machu Picchu nel 1911.

 

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Quello che vedi qui è la prima pagina del testo originale brasiliano intitolato  Manoscritto 512.

 

Il documento-Manoscritto 512-si crede sia stato scritto da Bandeirantes portoghese, João da Silva Guimarães, che presumibilmente scoprì le rovine di una possente città antica, contenente archi, statue e templi coperti di geroglifici, nel profondo della giungla amazzonica nel 1753 Mentre Guimarães ha descritto la città in modo molto dettagliato, non è riuscito a dare la sua posizione.

L’enigmatico manoscritto è completato da dettagli curiosi, come la documentazione della scoperta di un sacchetto di monete d’oro con la sagoma di un arciere e una corona, o la riproduzione di geroglifici copiati da vari angoli della città, che alcuni dicono nuda come una strana somiglianza con lettere greche e fenicie.

In un certo senso, Fawcett era ossessionato dalle città perdute.

Durante i suoi viaggi, Fawcett aveva sentito parlare di un’antica città sotterranea segreta situata “da qualche parte” nella giungla del Cile, che, secondo racconti, leggende e resoconti, era fatta di strade lastricate d’argento e tetti d’oro.

Fawcett scrisse della Lost City of Z in una lettera a suo figlio nel 1912:

Mi aspetto che le rovine siano di carattere monolitico, più antiche delle più antiche scoperte egiziane. A giudicare dalle iscrizioni trovate in molte parti del Brasile, gli abitanti usavano una scrittura alfabetica associata a molte antiche scritture europee e asiatiche. Ci sono anche voci di una strana fonte di luce negli edifici, un fenomeno che riempì di terrore gli indiani che sostenevano di averla vista.
Il posto centrale che chiamo “Z” – il nostro obiettivo principale – è in una valle sormontata da alte montagne. La valle è larga circa dieci miglia, e la città è al centro di essa, avvicinata da una carreggiata di pietra a canna. Le case sono basse e senza finestre, e c’è un tempio piramidale. Gli abitanti del posto sono piuttosto numerosi, hanno animali domestici e hanno miniere ben sviluppate sulle colline circostanti. Non molto lontano c’è una seconda città, ma le persone che vi abitano sono di ordine inferiore a quelle di “Z”. Più a sud c’è un’altra grande città, metà sepolta e completamente distrutta.

Il mistero dietro la scomparsa di Fawcett

Allora, cosa è successo a uno dei più famosi esploratori della storia?

Nel 1921, la prima spedizione a trovare la città perduta di Z fu assemblata da Fawcett. La sua ricerca di Z è culminata con la sua scomparsa e l’apparizione di molti miti e storie che circondano la sua fede.

La sua ultima spedizione è stata fissata a marzo nell’aprile del 1925, questa volta finanziata da giornali e società come la Royal Geographic Society e i Rockefeller. Fawcett era certo che la sua spedizione sarebbe culminata con la scoperta della mitica città.

Nel maggio del 1925, le spedizioni avevano raggiunto il bordo di un territorio inesplorato, esplorando un’area che nessuno straniero aveva mai osato attraversare.

Le convinzioni di Fawcett erano fortemente influenzate da quello che gli indiani gli avevano raccontato sulle presunte città perdute disseminate nella giungla amazzonica. Perfino la sua penultima lettera – nove giorni prima che misteriosamente sparisse, menziona una di queste storie.

Corrispondenza del colonnello Fawcett datata 20 maggio 1925

“Ho visto il capo indiano Roberto e ho parlato con lui.
Sotto l’influenza crescente del vino che ha corroborato, tutto il mio amico di Cuyaba mi ha detto, e altro ancora. A causa di ciò che suo nonno gli aveva detto, voleva sempre fare il viaggio verso la cascata, ma ora è vecchio. È dell’opinione che i cattivi indiani siano numerosi lì, ma si è impegnato a dichiarare che i suoi antenati avevano costruito le vecchie città. Questo sono incline a dubitare, perché lui, come gli indiani Mechinaku, è di tipo marrone o polinesiano, il tipo giusto è rosso che associo alle città”.

La squadra ha viaggiato in un territorio che nessuno aveva mai visto. Hanno affrontato molti pericoli, ma non si arresero. Alla fine raggiunsero un’area chiamata “Dead Horse Camp” quando Fawcett rimandò i dispacci per altri cinque mesi, fermandosi infine dopo il quinto. In questa spedizione, avrebbe inviato una lettera a sua moglie dicendo (datata 29 maggio 1925):

“Mia cara Nina,
Il tentativo di scrivere è irto di molte difficoltà, grazie alle legioni di mosche che lo infastidiscono dall’alba al tramonto – e talvolta per tutta la notte! I peggiori sono quelle piccole che sono più piccole di una capocchia di spillo, quasi invisibili, ma pungono come una zanzara. Le nuvole di loro sono sempre presenti. Milioni di api si aggiungono alla pestilenza, e altri insetti in abbondanza, orrori pungenti che si impadroniscono di tutte le mani. Persino le reti per la testa non le tengono fuori, e come per le zanzariere, i parassiti volano attraverso di loro! È piuttosto esasperante.
Speriamo di attraversare questa regione in pochi giorni, restiamo qui per un po ‘di tempo per accamparci e per il ritorno dei peoni, che sono ansiosi di tornare, perché ne hanno abbastanza – e non li biasimo. Andiamo avanti con otto animali: tre muli da sella, quattro muli da carico e una madrinha, un animale leader che tiene uniti gli altri. Jack è in forma e si sta rafforzando ogni giorno, anche se soffre un po’ per gli insetti.
Io stesso sono morso o punto dalle zecche e questi piccoli insetti, chiamati seni, su tutto il corpo. È Raleigh di cui sono preoccupato. Ha ancora una gamba fasciata in una benda ma non tornerà indietro. Finora abbiamo cibo in abbondanza e non c’è bisogno di camminare, ma non sono sicuro per quanto tempo durerà. Potrebbe esserci poco da mangiare per gli animali mentre ci dirigiamo più in là. Non posso sperare di alzarmi in piedi in questo viaggio meglio di Jack o Raleigh – i miei anni in più raccontano, anche se faccio del mio meglio per rimediare con entusiasmo – ma io dovevo farlo

Calcolo che contatterò gli indiani in circa una settimana, forse dieci giorni, quando dovremmo essere in grado di raggiungere la tanto discussa cascata.

Eccoci al Dead Horse Camp, Lat. 110 43 ‘S e 540 35’ O, il punto in cui il mio cavallo morì nel 1920. Restano solo le sue ossa bianche. Possiamo lavarci da soli qui, ma gli insetti lo rendono una questione di grande fretta. Tuttavia, la stagione è buona. È molto freddo di notte e fresco al mattino, ma gli insetti e il calore ritornano in pieno vigore a metà giornata, e da allora fino a sera è pura miseria in campo.

Non devi temere alcun fallimento …”

Quelle erano le ultime parole del Col. Percy Harrison Fawcett.

Passarono due anni e di Fawcett e la sua squadra non si è sentito nulla.

Ciò ha comportato l’avvio di molte spedizioni per trovarle.

Misteriosamente, ogni spedizione ha subito lo stesso destino di Fawcett.

La scomparsa di Fawcett ha portato a un totale di 13 spedizioni in cui più di cento persone hanno perso la vita, tentando di trovare non solo Fawcett ma anche la leggendaria città perduta di Z.

Nessuno sa cosa sia successo esattamente a Fawcett, alla sua spedizione ea più di cento persone che hanno tentato di cercarlo.

Alla fine furono proposte numerose teorie.

Alcuni dicono che Fawcett e la sua squadra sono stati uccisi da una tribù amazzonica, mentre le lontre suggeriscono che potrebbero essere stati affamati, affogati o sofferti di una malattia. Ci sono alcuni che dicono anche che potrebbero essere stati derubati e uccisi dai banditi nella regione.

Immagine in evidenza Credito: Leon Tukker. Pubblicato con permesso.

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