SULL’ORIGINE DELLA RELIGIONE

Quando si affronta, sul piano scientifico (e per quanto sia possibile), il
problema dell’origine umana della religione, bisognerebbe fare un’importante
distinzione preliminare, quella fra società antagonistiche e società collettive
(tribali, claniche, comunitarie, ecc.). Tale distinzione permette subito di
capire se un dato atteggiamento religioso (o mistico, irrazionale…) può essere
strumentalizzato o no. Non è tanto, in effetti, il sentimento religioso in sé a
costituire "problema", a destare il maggiore interesse (in un certo senso è
irrilevante sapere come esso nasca), quanto piuttosto è l’atteggiamento della
collettività nei confronti di tale sentimento, è lo sviluppo ch’esso assume in
una determinata collettività.

Facciamo un esempio. La dipendenza dell’uomo dalla natura, quand’era
avvertita con angoscia, poteva determinare un comportamento cosiddetto
religioso (del tutto spontaneo, istintivo), ma mentre in una società
divisa in classi c’è sempre qualche forza sociale che pensa di
utilizzare tale comportamento per un fine di potere (cioè per
sottomettere altre forze sociali), viceversa, nelle società
caratterizzate dal comunismo primitivo tale strumentalizzazione avrebbe
avuto molte meno ragioni di affermarsi.

In altre parole: il bisogno di usare la religione (cioè i sentimenti
d’impotenza, d’angoscia e di dipendenza, relativi a certi fenomeni naturali o
sociali) per sottomettere qualcuno, poteva nascere solo in una società dominata
dalla presenza dello schiavismo o della soggezione servile. Proprio tale
concreta, sociale, sottomissione comportava, di necessità, che ogni
atteggiamento quotidiano venisse ricondotto, per essere giustificato, a una
motivazione di tipo religioso (almeno formalmente religioso), poiché solo con
questa motivazione si poteva legittimare il riprodursi di quella stessa
sottomissione.

Al contrario, nell’atteggiamento spontaneo dell’uomo primitivo la religione,
al massimo, poteva costituire un aspetto della sua vita sociale e/o personale
(se mai vi fosse stata una differenza tra i due ambiti), e neppure quello più
significativo, in quanto relativo a particolari momenti di sconforto e di
abbandono: il che poi non era così frequente, come in genere si crede, essendo
la comunità, proprio in quanto "comunità", capace di supplire, relativamente,
alla debolezza del singolo individuo nel suo rapporto con la natura.

Quindi la vera, profonda contraddizione non è sorta quando gli uomini hanno
cercato di dare delle spiegazioni fantastiche (appunto religiose, mitologiche)
ai drammi della loro vita quotidiana, ma è sorta quando qualcuno ha preteso di
regolare tutta la vita quotidiana (anche quella "naturale", priva di angoscia)
sulla base di tali spiegazioni irrazionali. Una vita a stretto contatto con la
natura è molto meno religiosa di quel che si creda. La religione, in sostanza,
cominciò a diventare un freno allo sviluppo quando qualcuno (ad es. una classe
sociale o una casta particolare) se ne servì per condizionare tutta la vita di
una determinata società o comunità.

La religione, al pari della superstizione, è senz’altro un prodotto
dell’ignoranza, ma non necessariamente della malafede o del pregiudizio. Essa è
potuta diventare uno strumento dello sfruttamento economico e della soggezione
politica quando la comunità primitiva si era già divisa in classi
antagonistiche, quando cioè il principio della proprietà privata aveva fatto
sorgere interessi contrapposti. Nel suo Discorso sulla disuguaglianza ha scritto
Rousseau: "Il peccato più grave non è stato quello di dire "questo è mio", dopo
aver recintato un terreno, ma quello di credere nella verità di questa
affermazione".

Sotto tale aspetto però si potrebbe anche sostenere che l’uso strumentale
della religione è già indice di un’affermazione di princìpi ateistici, benché in
modo rozzo e volgare. Non sarebbe infatti possibile servirsi della religione in
termini così spregiudicati se chi lo facesse non avesse da tempo abbandonato il
sentimento religioso più genuino, più spontaneo e naturale. Certo, si può anche
essere convinti che la realtà dello schiavismo sia frutto, più o meno, della
volontà di dio, ma se si continua a credere in questo anche nel momento in cui
lo schiavo pretende una propria libertà, allora ogni convinzione perde subito
qualunque carattere di ingenua spontaneità.

Queste osservazioni per dire che l’ateismo è la vera dimensione della
coscienza umana: quanto più tale coscienza è sviluppata tanto più l’ateismo vi
sarà radicato. Il vero sentimento religioso non è che una breve tappa
dell’ingenuità, riscontrabile, nelle moderne società occidentali, soltanto nei
preadolescenti. Si potrebbe anzi definire col termine di "inconsapevole"
l’ateismo primitivo, a causa delle sue perplessità di fronte a certi fenomeni
naturali e biologici, come la vita, la morte, la malattia, la riproduzione ecc.,
mentre quello delle tre epoche antagonistiche (schiavismo, servaggio e
capitalismo) può essere ritenuto "consapevole", ma solo da parte delle classi
egemoni, che si servono appunto della religione (e di altre illusioni) per
conservare il loro potere: si tratta quindi di un ateismo agnostico, ambiguo,
superficiale, volgare… Il vero ateismo, quello scientifico, umanistico,
coerente, è quello socialista, cioè quello che riflette un rapporto sociale
democratico, egualitario, non alienato, un rapporto che non ha bisogno di false
rappresentazioni per poter sopravvivere e riprodursi.

Occorre inoltre fare una precisazione sul concetto di "ignoranza". Gli
uomini primitivi senza dubbio lo erano, ma certo non nel senso che non avevano
le capacità o le possibilità di conoscere la realtà. Essi avevano una capacità
proporzionata ai loro mezzi e alla loro esigenza di conoscere, cioè alla loro
effettiva autocoscienza. Se fossero stati completamente vittime di concezioni
mistiche o irrazionali, non si sarebbe verificato alcun progresso scientifico,
tecnico, speculativo, alcun mutamento nei loro strumenti di lavoro, alcun
cambiamento nelle loro società.

L’ignoranza quindi è un concetto molto relativo. Già Socrate, amando il
paradosso, diceva di poter soltanto "sapere di non sapere". Oggi, ad es.,
sappiamo tantissime cose sulla natura della materia, ma sappiamo anche che
tantissime altre ci sfuggono: la stessa ignoranza circa l’origine dell’universo
e dello stesso uomo (o del processo d’invecchiamento) angoscia certo più noi di
quanto potesse farlo centomila anni fa. Il peso dell’ignoranza è tanto più
avvertito quanto più è forte l’esigenza del conoscere, che è a sua volta
correlata al livello di autoconsapevolezza umana e al livello di strumentazione
tecnica a disposizione. Entrambe le cose sono indispensabili, poiché, ad es., ci
sono voluti più di duemila anni prima di dimostrare che i ragionamenti
filosofici dei greci sull’atomo non erano del tutto astratti. Il che poi non
significa che l’uomo non sia destinato a raggiungere un tipo di esperienza in
cui l’ignoranza venga avvertita senza angoscia. In fondo l’innocenza dell’uomo
primitivo, che sicuramente non conosceva la malizia dell’uomo moderno, andava
esente da molte di quelle frustrazioni e di quei complessi che oggi sono di
ordinaria amministrazione.

Quel che è certo è che la soddisfazione dell’esigenza intellettuale di
conoscere non risolve, di per sé, il sorgere delle false rappresentazioni su di
sé e sulla realtà circostante (sociale e naturale), altrimenti non si
spiegherebbe il motivo per cui tantissimi intellettuali sono (o si dichiarano)
"credenti". Le false rappresentazioni sono anzi un fenomeno più intellettuale
che primitivo, in grado di condizionare molto meno la vita di un uomo semplice,
spontaneo, istintivo. Sono gli intellettuali che, restando legati a certe false
rappresentazioni della realtà, compiono azioni deleterie ai fini degli interessi
sociali. L’intellettuale alienato (con idee religiose, mitologiche o comunque
irrazionali) sa distinguere, come il primitivo, la finzione dalla realtà, ma, a
differenza del primitivo, attribuisce a certe finzioni (ovvero a certe "idee
fisse") un peso di molto superiore a quello della realtà. La finzione per lui
non è un "gioco" ma una cosa seria, che può portare anche alla follia (vedi
Kierkegaard, Nietzsche…)..

Ecco perché il fenomeno religioso deve sempre essere esaminato in rapporto
al contesto storico-sociale in cui si forma e si sviluppa. Bisogna, in
particolare, esaminare l’alienazione che domina a livello di rapporti di
proprietà, di lavoro e di socializzazione. Peraltro, oggi, al posto della
religione le classi egemoni usano altri "oppiacei" per tenere sottomesse le
classi produttive, prive di proprietà. Essendo maturato il livello di
autoconsapevolezza, cioè il livello di coscienza materialistica, storica,
ateo-scientifica, il potere borghese ha bisogno di strumenti che tengano conto
di questo habitus mentale.

LA FORMAZIONE DEL PENSIERO RELIGIOSO

Vi sono molti storici, archeologi e antropologi che sostengono che la
religione sia sorta come un riflesso fantastico della debolezza e sottomissione
dell’uomo nei confronti della natura, un riflesso maturato in un cervello
relativamente sviluppato. I primi riti religiosi sarebbero basati sul culto
delle forze naturali e animali, soprattutto in rapporto alla caccia, quale fonte
principale di sussistenza. Gli uomini avrebbero cercato di divinizzare gli
oggetti o i fenomeni naturali più temuti per volgerli a loro favore. Tracce
evidenti di rituale religioso si trovano nelle sepolture del paleolitico
superiore (40.000-18.000 anni fa) e forse anche nell’epoca dell’uomo di
Neanderthal (40-50.000 anni fa).

Secondo questi studiosi, il processo, in un certo qual modo, è stato
naturale. Esso presupponeva uno sviluppo non indifferente delle capacità
intellettuali dell’uomo, non avendo gli animali, come noto, alcuna religione. In
tal senso se è esistito un lungo periodo "areligioso" (forse un milione di anni)
è stato anche perché l’uomo primitivo (pitecantropo, sinantropo ecc.) non
possedeva ancora determinate facoltà di astrazione, pur essendo indubbiamente
capace di vita collettiva e di manipolazione strumentale.

Io penso che questo modo di vedere le cose sia un po’ riduttivo. Il fatto
che l’uomo ad un certo punto abbia cominciato a inventarsi letteralmente delle
motivazioni irreali per giustificare il suo stato di soggezione nei confronti
della natura, andrebbe considerato non solo come un segno del suo sviluppo
intellettuale, ma anche come un elemento che dovrebbe indurci a riflettere sulla
natura sociale e organizzativa del comunismo primitivo. La nascita della
religione deve aver trovato infatti un terreno fertile nella crisi del comunismo
primitivo come organizzazione sociale.

Pecca di superficialità la tesi secondo cui la nascita della religione
(quale pensiero astratto) rientra in quel processo evolutivo naturale che ha
fatto uscire l’uomo dal suo stadio animalesco. In realtà la religione non solo
riflette rapporti sociali alienati, ma anche un limite all’espressione del
pensiero astratto, in quanto lo priva di riferimenti alla realtà. L’uomo
primitivo infatti possedeva capacità di astrazione che applicava a espressioni
di tipo artistico, che di religioso non avevano nulla.

La stessa pretesa di voler attribuire alle sepolture una funzione religiosa
è alquanto discutibile. Un bambino che rompe un giocattolo in modo irrimediabile
non lo butta del bidone dell’immondizia, ma lo ripone, in genere, nella cesta
dei giocattoli inutilizzabili, che si trova e resterà sempre all’interno della
sua stanza, almeno fino a quando non vorrà disfarsene consapevolmente. In
particolare, il giocattolo verrà risposto "così com’è" (p.es. una bambola coi
suoi vestiti). E’ raro vedere un bambino piccolo staccare qualche pezzo dal
giocattolo rotto per utilizzarlo con un altro giocattolo (fa questo solo quando
il suo cervello è relativamente sviluppato). La rottura impone la "morte" di
tutto il giocattolo.

Questo forse può spiegare il motivo per cui nelle sepolture degli uomini
primitivi si trovano oggetti di uso domestico, personale, trofei di guerra, di
caccia, ecc. Cioè non la religione ha portato a queste sepolture, ma queste ad
un certo punto possono aver fatto nascere quella (p.es. la paura dei morti può
essere nata dal fatto che i cadaveri putrefatti erano fonte di contagio o
malattie; il timore suscitato da una persona quand’era in vita può aver portato
a credere nell’aldilà, ecc.). La stessa carenza di cibo ad un certo punto deve
aver fatto nascere le credenze totemiche.

In ogni caso, per comprendere la transizione dall’animale all’uomo, non
possiamo considerare l’illusione di poter controllare con la religione i
processi naturali un aspetto più significativo di quanto invece non sia stata la
capacità di trasformazione della materia attraverso gli strumenti lavorativi.

Questo poi senza considerare che è impossibile che l’uomo primitivo, solo
perché "primitivo", non si rendesse conto della differenza tra "finzione" e
"realtà". Qui lo sviluppo della conoscenza scientifica non c’entra niente. Fa
parte infatti della natura umana chiedersi, ogniqualvolta ci s’imbatte in un
atteggiamento che non rientra in quelli comunemente e regolarmente accettati da
una comunità, se chi in quel momento lo sta compiendo "finga" o "faccia sul
serio".

Tutti si rendono conto che una cosa è accettare, come "comunità", che un
dato atteggiamento rientri nella "finzione" e come tale venga considerato;
un’altra è convincerci, nonostante le sensazioni, le tradizioni, la memoria…
dicano il contrario, che un qualche atteggiamento "insolito" contiene elementi
di verità, al pari di altri atteggiamenti già noti. In questo secondo caso la
religione è già diventata strumento nelle mani di qualcuno.

Certo, la nascita del sentimento religioso non può di per sé stare ad
indicare la presenza di rapporti sociali basati sullo sfruttamento, però può
esserne considerata l’anticamera. Cioè il vero problema non è sorto quando gli
uomini hanno cercato di dare delle spiegazioni fantastiche ai drammi della loro
vita, ma quando la persistenza di tali spiegazioni è diventata un segno della
mancata soluzione di quei drammi e quindi la premessa alla nascita di una
società in cui facilmente qualcuno avrebbe sfruttato quelle spiegazioni per
legittimare degli abusi. Non a caso nel momento stesso in cui è sorta
l’intenzione di strumentalizzare il senso di paura verso certi fenomeni naturali
o sociali, al fine di assoggettare gli uomini alla volontà di altri uomini, è
sorta anche, inevitabilmente, la "critica della religione", all’inizio in forme
istintive e poi sempre più razionali.

Da un lato quindi la religione (in questa fase ancora "naturale") è nata
come prodotto della debolezza umana; dall’altro il suo uso strumentale non può
essere stato che il prodotto della forza umana, la forza di una parte della
comunità primitiva contro l’altra. L’interesse che deve aver mosso questo
processo è stato indubbiamente quello dello sfruttamento, il cui scopo doveva
essere o quello di conservare un benessere materiale acquisito progressivamente,
indipendentemente dalla volontà della comunità, o quello di ottenerne uno ancora
più grande.

La religione non venne sottoposta a critica serrata nel periodo in cui si
formò come religione "naturale" soltanto perché la spontaneità non le dava quel
carattere di forte oppressione che invece assumerà quando la società sarà
nettamente divisa in classi. Sarà proprio l’opposizione sociale allo
sfruttamento che determinerà, a sua volta, la trasformazione della religione da
"naturale" a "rivelata". Infatti, la critica ateistica, che è sempre legata a
un’istanza di liberazione sociale, ad un certo punto deve aver tolto alla
spontaneità delle rappresentazioni fantastiche la loro primitiva ingenuità. Ecco
perché le religioni "rivelate" hanno dovuto riconoscere che le forme delle
religioni "naturali" altro non erano che "superstizione".

Sotto questo aspetto le religioni "rivelate" non rappresentano che una sorta
di mascherata ateizzazione delle religioni "naturali". Hanno fatto uscire l’uomo
dall’ingenuità di credere naturale la propria debolezza e l’hanno fatto entrare
nell’ipocrisia di credere la propria debolezza come voluta da dio.

Si badi, con questo non si vuole considerare la religione in sé peggiore
della scienza. Nelle moderne società è comunissimo il fatto che qualcuno miri a
servirsi della conoscenza e della sicurezza offerta dalla tecnologia per
assoggettare gli uomini. Non è l’ignoranza in sé o la conoscenza in sé che rende
l’uomo libero o schiavo. Oggi sono tantissime le cose che possono surrogare le
funzioni della religione e che vengono usate appunto come una religione.

SUL DESTINO DELLA RELIGIONE

Esiste un processo "in avanti" che costringe le varie religioni mondiali a
laicizzarsi progressivamente. Ciò è dovuto alle pressioni del secolarismo, che
si esprime nelle varie forme del laicismo, ateismo, agnosticismo, materialismo,
ecc.

Il fatto che oggi si riconosca ampia libertà a tutte le religioni non
significa che il mondo si stia indirizzando verso la religione, ma, al
contrario, significa ch’esso è così sicuro delle proprie conquiste
laico-scientifiche da non avere più alcun timore nei confronti di nessuna
religione.

In questi ultimi tempi, il mondo laico può anche aver aperto alla religione
più porte di quante avrebbe dovuto, ma ciò è dipeso dal fatto che gli errori
commessi nel passato (oppressione, anticlericalismo, fanatismo ideologico…)
sono stati considerevoli, e la storia insegna che gli errori prima o poi si
pagano, in misura proporzionale al danno arrecato.

Tuttavia, sui fondamenti teorici più significativi è assai dubbio che il
laicismo tornerà indietro. Oggi anzi esso sta registrando un altro punto a suo
favore laddove si assiste a un processo di autorecupero, interno alle religioni,
delle loro proprie radici ideali. Un processo del genere porterà sicuramente la
religione ad accettare più facilmente le verità laiche, per quanto ciò
presupponga la fine della stessa religione.

Infatti la verità originaria di ogni religione è sempre di carattere
laico-umanistico, del tutto immanente. La religione è subentrata in seguito,
come un corpo estraneo, sovrapponendosi alla verità originaria, cioè
falsificandola con un’interpretazione fantastica, arbitraria, infondata.

Oggi il laicismo sprona le religioni ad accettare le verità umanistiche, ma
il processo esse lo subiscono come una pressione dall’esterno. Normalmente le
religioni accettano di convivere con queste verità, sentendosi delle assediate,
comunicando pochissimo e solo su cose marginali rispetto ai loro contenuti
tradizionali. Proprio a causa del razionalismo e laicismo occidentale, la
religione è costretta a parlare più che altro di aborto, divorzio, eutanasia,
bioetica, ecc., omettendo volutamente di confrontarsi su cose più pertinenti
alla sua ideologia. In questo senso è difficile sapere fino a che punto la
religione accetterà spontaneamente la necessità, la naturalità, di questo
processo laicistico. In realtà non poche di esse sperano in una colossale
rivincita contro lo spirito laico, umanistico e razionale del mondo
contemporaneo. Sembrano essere lì lì per approfittare di ogni errore che si
commette, di ogni dramma e tragedia, di ogni clamoroso insuccesso scientifico,
tecnologico, economico.

L’ideale sarebbe che la religione, dall’interno, come per uno sviluppo
progressivo, automoventesi, arrivasse a comprendere l’originalità di se stessa,
ovvero la propria negatività. Tuttavia, questo percorso a ritroso, se avverrà,
non sarà indolore, poiché esso porta a negare l’essenza stessa della religione,
la quale è sì disposta a tornare indietro, ma sino a un certo punto. Anzi,
ogniqualvolta la religione vuol recuperare la propria idealità originaria, si
scatenano fanatismi a non finire.

Ciò che il credente, non la religione, deve scoprire è che le idee
umanistiche moderne non sono in contraddizione con quelle che la religione ha
tradito. Il credente cioè dovrebbe essere messo in grado di capire (ovviamente
dall’ateismo-scientifico) che l’origine della sua religione è stata il frutto di
un tradimento di idee sostanzialmente umanistiche, che per il loro carattere
umanistico restano universali.

VERSO L’ATEISMO PASSANDO PER IL MONOTEISMO

Le religioni monoteistiche sono una forma di cripto-ateismo nell’ambito della
superstizione. Considerando che per milioni di anni pitecantropi, sinantropi
ecc. non hanno avuto alcuna religione e che per alcuni millenni le primi
cosiddette "civiltà" hanno avuto varie forme di politeismo, le religioni
monoteistiche, nel loro antipoliteismo, possono essere considerate una sorta di
cripto-ateismo (tant’è che i cristiani venivano considerati "atei" dai pagani).

Questo significa che con le religioni monoteistiche l’umanità ha fatto un
passo avanti in direzione dell’ateismo, cioè in direzione del recupero di quel
proto-ateismo che ha caratterizzato la nascita del genere umano. Almeno sino al
paleolitico superiore sappiamo con certezza che gli esseri umani non avevano
alcuna credenza religiosa.

Ponendosi come superamento di tutti i monoteismi, l’umanesimo laico è
riuscito a fare un altro passo avanti. Il successivo sarà quello di collegare
strettamente umanesimo laico a socialismo democratico.

Resta però da chiarire se il passaggio dall’animismo al politeismo può essere
considerato una forma di progresso intellettuale. Personalmente ritengo di no,
poiché mentre nell’animismo era chiara la subordinazione dell’uomo dalla natura,
nel politeismo invece si è cominciato ad affermare il contrario, e questo perché
il politeismo rifletteva determinati conflitti di classe.

L’animismo (di cui il totemismo, il feticismo ecc. non sono che varianti)
esprimeva soltanto una forma di debolezza delle forze sociali nei confronti di
quelle naturali, ma non esprimeva (come non lo esprime oggi nelle ultime tribù
rimaste) la presenza di conflitti sociali entro una medesima tribù.

Anche se non è affatto da escludere che ad un certo punto parte della tribù
abbia iniziato a dare risposte sociali conflittuali alla debolezza della stessa
tribù nei confronti della natura.

E’ probabile infatti che le prime forme di politeismo siano nate dalla
volontà di una parte (minoritaria) della tribù contro la maggioranza animista e
che dall’impossibilità di ricomporre il conflitto sociale la tribù abbia deciso
di dividersi.

Un processo del genere può addirittura essere stato all’origine del passaggio
dall’ateismo primordiale alle prime forme di animismo. In fondo l’atteggiamento
di Adamo appare più ateistico di quello di Eva, che immagina invece poteri
particolari in una determinata pianta. E’ normale che la parte più debole di una
determinata tribù attribuisca, in un momento di difficoltà, poteri superiori a
una realtà ad essa esterna.

In questa attribuzione ingenua di poteri si può vedere il passaggio
dall’ateismo all’animismo, e nella giustificazione soggettiva del passaggio ("il
demonio mi ha ingannata"), si può vedere il passaggio, eticamente più grave,
dall’animismo al politeismo.

L’animismo non suppone una casta sacerdotale, una gerarchia di ruoli, una
stratificazione sociale basata sullo sfruttamento dei non abbienti.

Viceversa nel politeismo ogni clan, inizialmente, ha i propri dèi, ma poi,
all’interno della tribù, i clan iniziano a riconoscere alcune divinità comuni,
che poi col tempo diventano dominanti, fino al punto da imporsi come divinità
uniche. Il passaggio dagli Elohim a Javhè deve essere avvenuto così.

Gli ebrei sono stati i primi a capire che i limiti sociopolitici del
politeismo potevano essere ovviati col monoteismo, anche se poi s’illusero di
poter risolvere i conflitti sociali unicamente col monoteismo.

La figura di Cristo ha ripristinato l’originario ateismo, ma i suoi seguaci,
tradendo il suo messaggio, hanno soltanto trasformato il monoteismo
politico-nazionalistico degli ebrei in un monoteismo spiritualistico-cosmopolita,
che tale è rimasto sino alla rottura cattolico-romana, con cui si è voluto
affermare un monoteismo politico-internazionale.